Effetti del lockdown, aborti in crescita

In Madagascar, tra gli effetti dell’isolamento per coronavirus, si conta anche un’impennata delle interruzioni volontarie di gravidanza: parola dell’organizzazione non governativa Médecins du monde (Mdm). Si tratta di aborti, ovviamente, clandestini: nel Paese, la pratica è severamente proibita. (E anche a buon mercato: coi giusti contatti, la spesa non oltrepassa i dodici euro, ndr). L’aborto è reato pur in casi estremi: incesto, stupro, pericolo di vita per la donna. Secondo l’articolo 317 del Codice penale, la donna che vi ricorre rischia da sei mesi a due anni di reclusione. Si prevedono invece da cinque a dieci anni, per chi esegue l’intervento, (medico, guaritore, e così via).

Secondo Céline Lesavre – coordinatrice del programma di salute riproduttiva e sessuale della Mdm – «gli aborti illegali rappresentano la seconda causa di mortalità materna dopo le emorragie post-parto. Durante il blocco, si è osservato un calo del 40% tra le nuovi utenti dei programmi di pianificazione familiare, offerti dai Centres de santé de base. È ovvio che il lockdown ha avuto un impatto sulla violenza di genere, che è aumentata, e sulle sue conseguenze, a cominciare dalle gravidanze indesiderate». Per gli antropologi, il rifiuto della società locale rispetto alla legalizzazione della pratica, discende dal principio tradizionale dell’aïna: l’afflato di vita, che si trasmette tra generazioni.

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