Madagascar, mercato del qat ancora in salute – 2

(Prosegue). Così in tempi di social è frequente imbattersi in dirette su Facebook, dedicate alla goiosa masticazione – spesso con una gomma americana – della sostanza dalle proprietà analgesiche e afrodisiache. Secondo, infatti, le testimonianze dei consumatori, già dopo alcune decine di minuti dall’assunzione scompaiono fame e fatica, per lasciar spazio a una sensazione di concentrazione, eccitazione, forza e «bien-être». Ben immaginabili i pericoli e gli effetti collaterali, tuttavia la ricerca medica sta attenta a rimarcare che nel qat assuefazione e dipendenza sono lungi dal raggiungere i livelli di pericolosità, tipici dell’anfetamina sintetica.

Calandoci più propriamente nella realtà malgascia, ne va rilevato in primis il costo irrisorio. Circa il profilo del consumatore, per anni si è associata la droga (tale secondo la classificazione dell’Organizzazione mondiale della sanità), ai giovani maschi poveri, del Nord del Paese. Un identikit superato: l’uso della sostanza psicotropa si è generalizzato, anche se la diffusione è comunque maggiore nelle Regioni del Nord, specie Diana e Sofia. Il khat (originario dell’Etiopia), infatti, penetra nell’Isola – in epoca coloniale – attraverso l’immigrazione di manodopera mussulmana verso la base francese di Diego-Suarez: per decenni fu usato solo da quelle comunità, per estendersi negli Anni novanta anche ai giovani del luogo.

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