“Haingosoa”, film dell’anno in Madagascar – 2

(Prosegue). Sia con la delicatezza dello sguardo della macchina da presa, quando entra nei negozi, nelle case, nella quotidianità degli abitanti – tra scuole, cucine e camere da letto – oltre che in posti meravigliosi. Beninteso, com’è nella tradizione del realismo filmico, gli attori non professionisti sono ripresi nel loro ambiente abituale, e addirittura conservano il vero nome. Inoltre, al di là della trama che mette in evidenza una donna – la protagonista – in cerca di riscatto ed emancipazione – e perciò stesso moderna – “Haingosoa” non tralascia i temi più delicati. Come la discriminazione che vivono gli Antandroy o Tandroy nelle aree più sviluppate dell’Île continent: qui non tanto nell’accezione etnica, corretta, ma come nome generico per designare l’emigrazione dall’arido Sud, che si presta a ogni tipo di  lavoro per sopravvivere.

Un fenomeno che in questi mesi di crisi per la pandemia si è peraltro aggravato. E non è questo l’unico contrasto che il viaggio della protagonista ci mostra: c’è anche quello tra tradizione e modernità, oppure tra famiglia e lavoro, tra provincia e Capitale (la donna emigra ad Antananarivo), tra il rispetto di certi valori e le necessità di sopravvivenza. Insomma il regista Édouard Joubeaud ci propone un cinema impegnato, che narra una storia passionale, a tratti commovente, e che riesce anche a celebrare la musica e l’arte nazionali.

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