Nosy Be, senza sosta l’immigrazione interna

L’immigrazione verso Nosy Be – dalle povere e aride Regioni del Sud del Madagascar – esiste da secoli. Tuttavia il fenomeno dal 2018 è in crescita, nè accenna a diminuire in questi mesi di paralisi economica e turistica, causa coronavirus. E del resto non potrebbe essere altrimenti. Tradizionalmente la migrazione di “Antandroy” è stata benefica per la piccola isola, che vive sì del turismo internazionale, ma non solo. (Un inciso: si usa popolarmente la denominazione di Antandroy – una delle etnie meridionali del Paese – ma il fenomeno riguarda l’intera popolazione del Sud).

Ad esempio si dice che i locali non amino dedicarsi all’agricoltura – specie alla coltivazione della canna – e senza l’impiego dei lavoratori del Sud, il settore si paralizzerebbe. Tuttavia la crisi odierna impedisce un assorbimento consistente di nuova manodopera – si parla di un flusso attuale di quaranta persone al giorno, dal porto di Ankify – e le speranze di costoro vengono in genere deluse. Così in molti ripiegano su lavori illegali, come il taglio di legname e la produzione di carbone. E se pochi riescono a trovare alloggi di fortuna – magari a casa di parenti – o a costruire una baracca, in molti vivono come senzatetto.

La maggioranza dei nuovi arrivati cerca di sfuggire – spesso ciecamente – a situazioni di miseria, ma non manca chi parte per sottrarsi al rischio dei Dahalo e della criminalità.

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