Samoëla, lockdown sul web per l’enfant terrible dei cantautori

Tra i cantautori malgasci di spessore, quello che durante il confinamento si è fatto più sentire, è stato Samoëla: all’anagrafe Samoela Rasolofoniaina. Per far fronte ai rinvii dei concerti, ha offerto sessioni acustiche dal vivo quasi ogni domenica: un esempio di lockdown artistico. Classe 1976, esponente del folk malgascio più raffinato, divulgatore del tradizionale genere vazo miteny, ha contribuito in modo decisivo alla colonna sonora del nostro documentario “Il Madagascar ai tempi del virus”. Del resto il brano Taraiky, inserito nell’album “… Ao anatiny” del 2015, è – senza giri di parole – uno dei più suggestivi degli Anni dieci malgasci.

Noto per l’assidua presenza sui social, ove non risparmia i propri lavori ai fan, giorni fa Samoëla ha celebrato il 25esimo anniversario della carriera in quarantena. Ogni descrizione di questo artista, che si esibisce spesso con la chitarra acustica, non può evitare di ricordare la nomea di enfant terribile del cantautorato malgascio. Se infatti da un lato i suoi riferimenti sono la musica e la poesia tradizionali, dall’altro ama infarcire i testi con slang giovanile, linguaggio diretto e provocatori giochi di parole. E non per un vezzo, ma per per criticare e affrontare tabù, e argomenti sociali sensibili. Si pensi al brano “Kristy”, ove condanna le chiese evangeliche per aver invitato i devoti impoveriti a donare i loro pochi soldi.

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