La parola all’associazione Tsiry Parma, paladina delle foreste

Il nostro viaggio in Madagascar prosegue con una nuova intervista: questa volta abbiamo rivolto le nostre domande a Nicola Gandolfi, che per l’associazione Tsiry Parma è l’Incaricato della missione in Madagascar e responsabile del Progetto di Vohidahy. Quest’entità, fondata da qualche anno «a Baganzola, Parma, come supporto solidale e finanziario a progetti per la tutela e gestione di alcuni massicci forestali, ancora presenti in Madagascar», ci consente d’introdurre lo spinoso tema della tutela ambientale nel Paese africano. Una questione affrontata anche da papa Francesco, nel corso della sua visita settembrina nella Grande terra malgascia: «Abbiamo imparato che non possiamo parlare di sviluppo integrale senza prestare attenzione alla nostra casa comune e prendercene cura. Non si tratta solo di trovare gli strumenti per preservare le risorse naturali, ma di cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio – ambientale. La vostra bella isola del Madagascar è ricca di biodiversità vegetale e animale, e questa ricchezza è particolarmente minacciata dalla deforestazione eccessiva a vantaggio di pochi; il suo degrado compromette il futuro del Paese e della nostra casa comune. Come sapete, le foreste rimaste sono minacciate dagli incendi, dal bracconaggio, dal taglio incontrollato di legname prezioso. La biodiversità vegetale e animale è a rischio a causa del contrabbando e delle esportazioni illegali. È vero che, per le popolazioni interessate, molte di queste attività che danneggiano l’ambiente sono quelle che assicurano per il momento la loro sopravvivenza. È dunque importante creare occupazioni e attività generatrici di reddito che siano rispettose dell’ambiente e aiutino le persone a uscire dalla povertà. In altri termini, non può esserci un vero approccio ecologico né una concreta azione di tutela dell’ambiente senza una giustizia sociale che garantisca il diritto alla destinazione comune dei beni della terra alle generazioni attuali, ma anche a quelle future. Dobbiamo impegnarci tutti, compresa la comunità internazionale. Molti suoi rappresentanti sono presenti oggi. Bisogna riconoscere che l’aiuto fornito da queste organizzazioni internazionali allo sviluppo del Paese è grande e che rende visibile l’apertura del Madagascar al mondo. Il rischio è che quest’apertura diventi una presunta cultura universale che disprezza, seppellisce e sopprime il patrimonio culturale di ogni popolo».

 

L’associazione persegue finalità di solidarietà sociale, e – tra i suoi molteplici obiettivi – punta a un recupero ambientale del Madagascar, con interventi di gestione sostenibile delle sue foreste. Sul suo portale, in home page, si può leggere la seguente espressione, che rappresenta una sorta di piano programmatico, per quest’organizzazione non governativa: «Il Madagascar non è solo un’isola, gran parte dei naturalisti lo considera l’ottavo continente del pianeta, grazie alla sua ricchezza di animali e piante. Più del cinque per cento delle specie mondiali è ospitato nelle sue foreste, e di esso un buon 70% è da considerarsi esclusivo dell’Isola. Ciò nonostante, lo scellerato sfruttamento delle sue risorse forestali mina questo immenso patrimonio e il popolo delle foreste».

 

E’ da rilevare infine che i nostri volontari parmensi si dedicano anche all’organizzazione di viaggi nell’intera Nazione insulare. Naturalmente il loro pezzo forte è rappresentato dall’area di Vohidahy, ove i Nostri gestiscono appunto, sin dal giugno 2011, il cosiddetto «Progetto di Vohidahy». Con riferimento a quest’area, il loro obiettivo consiste nel «fornire appoggio alle comunità locali: per attività agricole e sociali e nella gestione sostenibile della foresta di Vohidahy». Segue, in basso, l’intervista al forestale – naturalista Gandolfi.

 

Quali sono le principali difficoltà che un’associazione italiana del terzo settore, può incontrare, nell’operare in Madagascar? La criminalità o la burocrazia locali, o magari la complessità circa il reperimento dei fondi?

«Le difficoltà ci sono ma vanno affrontate e risolte; e poi, una volta superate, neppure ce ne ricordiamo più. Faccio fatica proprio per questo, a elencarne qualcuna. La criminalità riguarda più la sicurezza a livello della persona che di un’associazione. C’è stato qualche problema burocratico con le banche, ma è normale amministrazione. Circa il reperimento dei fondi, ci diamo da fare sia in Italia sia in Madagascar. Per ora, non possiamo lamentarci di come vanno le cose; forse anche perché stiamo lavorando bene».

 

Il Madagascar – magari grazie al presidente Andry Rajoelina – è riuscito a mettere da parte quell’instabilità politica, che l’ha tanto danneggiato negli ultimi anni?

«Sì, sono strafelice e incredulo di quello che sta facendo Rajoelina, e del cambiamento improvviso che sta vivendo il Madagascar. Ambiente, sicurezza, corruzione, istruzione, viabilità e perfino il calcio: ogni settore ha avuto evoluzioni positive. Anche se resta ancora molto da fare, per ora ha iniziato bene».

 

Crede che il Paese – nonostante rimanga da sempre lì inchiodato nel gruppo dei Paesi più poveri della Terra – abbia raggiunto degli standard soddisfacenti, a livello di affidabilità economica? Lo consiglierebbe anche ai piccoli e medi investitori europei?

«Purtroppo l’economia non è un ramo che mi coinvolge molto. Come la stragrande maggioranza del popolo malgascio, ho imparato a vivere alla giornata e di quello che uno ha a disposizione. Consiglio il Madagascar a quegli investitori che vogliono apportare il loro contributo per cambiare positivamente il paese, migliorare le condizioni di vita di questo popolo, e in ultimo avere un loro tornaconto economico».

 

Da anni si parla di colonizzazione africana da parte delle aziende cinesi, che starebbero assicurandosi i maggiori appalti per la costruzione d’infrastrutture. Quanto e come il Madagascar è coinvolto nel fenomeno? 

«Se c’è una strada da rifare, non vedo quale possa essere la differenza tra un’impresa cinese e una del Vecchio continente: posto che l’obiettivo è costruire – nel rispetto dei diritti dei lavoratori, dell’ambiente e dei tempi stabiliti – una strada resistente. Penso che sia compito del Governo malgascio verificare tutti questi aspetti, e sbarrare le porte alle aziende non affidabili. D’altra parte, adesso, il Madagascar non ha capacità tecniche e meccaniche per realizzare da solo le infrastrutture».

 

Quanto la divisione etnica malgascia ha effetti nella vita pubblica? I merina continuano a dominare politica ed economia come un tempo?

«Sono convinto che anche un non merina capace, competente e intelligente riesca a partecipare alla vita politica ed economica del Paese. Bisogna a tal riguardo lavorare per un’istruzione migliore e qualificata, che dia la possibilità ai giovani di tutta la Nazione di formarsi in maniera uniforme e all’avanguardia».

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